Disintossicazione Digitale Finita Male—Ricovero GIOVANE | Gap DSM-5

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Uno studente è stato ricoverato in ospedale a causa di una grave crisi d’astinenza dopo che i genitori gli avevano ritirato lo smartphone. Il caso, accaduto nel Nord Italia e confermato da fonti sanitarie locali, ha generato un acceso dibattito non solo sulla dipendenza da dispositivi digitali tra i giovani, ma anche sull’impreparazione sistemica nell’affrontare il tema del benessere digitale in contesti educativi e familiari.

L’episodio si è verificato nel contesto di una decisione disciplinare: il giovane, secondo quanto riportato, passava fino a 11 ore al giorno davanti allo schermo del telefono, con marcate conseguenze sul rendimento scolastico e sulle relazioni familiari. Alla richiesta dei genitori di ridurre il tempo di utilizzo, il ragazzo ha reagito con violente crisi d’ansia, insonnia e sintomi paragonabili a quelli osservabili in pazienti in fase di astinenza da sostanze. La situazione è sfociata in un intervento medico e nel conseguente ricovero temporaneo in un reparto di neuropsichiatria infantile.

Questo caso non può essere archiviato come un’eccezione o una curiosità mediatica. Al contrario, rappresenta un indicatore allarmante di una condizione diffusa ma ancora sottovalutata: la dipendenza da smartphone tra adolescenti e preadolescenti. Secondo uno studio recente dell’Istituto Superiore di Sanità, oltre il 25% dei giovani tra i 12 e i 19 anni manifesta sintomi riconducibili a un uso patologico dei dispositivi mobili. Tra questi: irritabilità all’interruzione dell’uso, perdita della cognizione del tempo, isolamento sociale, compromissione del sonno e riduzione del rendimento scolastico.

passava fino a 11 ore al giorno davanti allo schermo del telefono, con marcate conseguenze sul rendimento scolastico e sulle relazioni familiari.

Il concetto di benessere digitale, spesso affrontato in modo superficiale e riduttivo, assume in questo contesto un significato cruciale. Non si tratta semplicemente di “stare meno connessi”, ma di ripensare il rapporto che i giovani intrattengono con la tecnologia. In mancanza di strumenti educativi, protocolli clinici standardizzati e una cultura familiare adeguata, i tentativi di “disintossicazione” improvvisati, come il ritiro drastico dello smartphone, possono produrre effetti traumatici anziché benefici.

A livello clinico, la dipendenza da smartphone non è ancora ufficialmente inserita nei manuali diagnostici come il DSM-5, ma molti specialisti della salute mentale la equiparano alle dipendenze comportamentali, al pari del gioco d’azzardo o dello shopping compulsivo. Il quadro sintomatologico è infatti coerente con quello delle addiction: assuefazione, perdita di controllo, astinenza, ricadute e compromissione delle aree relazionali, scolastiche e familiari.

Le conseguenze di questi comportamenti compulsivi non si limitano al piano individuale. Sono sempre più evidenti le ripercussioni collettive: aumento del disagio psicologico nelle scuole, crescita delle richieste di intervento neuropsichiatrico, carico crescente sui servizi sociali e sanitari. In un contesto già fragilizzato dalle conseguenze psico-emotive della pandemia, la pressione esercitata dalla tecnologia sui più giovani richiede una risposta strutturale, coordinata tra scuola, famiglia e istituzioni sanitarie.

Intervenire in modo efficace significa innanzitutto riconoscere che lo smartphone non è un nemico in sé, ma uno strumento che amplifica dinamiche preesistenti. Il problema non è il device, ma la mancanza di un’educazione all’uso consapevole e sostenibile. Programmi scolastici sul benessere digitale, spazi di ascolto psicologico, formazione genitoriale e politiche pubbliche attente alla salute mentale giovanile sono le uniche risposte sensate a fenomeni di questa portata.

Nel frattempo, il giovane ricoverato è stato dimesso dopo alcune settimane di osservazione. La terapia ha previsto un approccio integrato tra psicoterapia cognitivo-comportamentale, coinvolgimento familiare e una graduale reintroduzione del dispositivo sotto controllo terapeutico. La prognosi, secondo i medici, è positiva, ma solo a patto che vi sia continuità educativa e supporto relazionale nel contesto domestico.

Il caso è emblematico, ma non isolato. È ora che le istituzioni, i media e le comunità educanti superino la narrazione emergenziale e affrontino la dipendenza da smartphone per quello che è: un problema sistemico, urgente e trasversale, che mette a rischio la salute mentale e il futuro di un’intera generazione.