Condannato a 94 anni | La sfida più umana della giustizia italiana

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Il caso che interroga la giustizia e la logica del “benessere penale” ai tempi dei servizi online.

A 94 anni, mentre la maggior parte delle persone si confronta con i fisioterapisti e magari con qualche esercizio di memoria cognitiva, lui ha affrontato una sfida ben diversa: il carcere.

Lui è un noto editore italiano, giornalista e imprenditore nel settore delle riviste specializzate su caccia, pesca, armi, difesa e cani. Un nome storico, un punto di riferimento per molti appassionati. Ma anche il protagonista di un crollo aziendale che ha portato a una condanna definitiva per reati fiscali e bancarotta fraudolenta.

La pena: 4 anni e 8 mesi da scontare.
La realtà: ingresso in cella nel carcere di Sollicciano, a Firenze.

Il suo avvocato, Luca Bellezza, aveva subito presentato istanza per ottenere almeno la detenzione domiciliare o, in prima battuta, un differimento della pena per ragioni umanitarie. Ma il primo magistrato di sorveglianza aveva detto no.

Poi, il passaggio chiave: il trasferimento del detenuto all’istituto Gozzini – detto anche Solliccianino – una struttura a custodia attenuata, dove opera un altro magistrato. E con lui, una nuova opportunità. Stavolta la richiesta viene accolta: l’anziano sconterà la pena nella propria abitazione.

Un finale, se non lieto, quantomeno più logico.

Ma la domanda resta: ha senso, oggi, incarcerare un uomo di 94 anni? In un’epoca in cui il concetto di benessere viene declinato anche nella sfera della giustizia, e dove perfino le sfide personali si trasformano in percorsi guidati grazie ai servizi online, possiamo davvero pensare che il carcere sia sempre la risposta più efficace?

Chi opera nel mondo del benessere – e parliamo di veri professionisti, non motivatori improvvisati – sa che ogni sfida deve essere calibrata sull’individuo. E che il senso di responsabilità si costruisce anche fuori dalle sbarre. Perché punire è una cosa, rieducare un’altra.

La giustizia è una forma di servizio alla società. E in un certo senso, anche un servizio al benessere. Se è vero che esistono percorsi riabilitativi per chi desidera smettere di fumare o perdere peso, perché non svilupparne di equivalenti per chi deve saldare un debito con la legge – soprattutto se il tempo biologico è ormai agli sgoccioli?

Questo caso apre un fronte di riflessione non da poco. E ci ricorda che, a qualsiasi età, ogni essere umano è chiamato ad affrontare delle sfide. Ma anche che la risposta istituzionale, come quella personale, può (e deve) evolvere.

Del resto, il mondo cambia. E anche la giustizia – come il benessere – può essere ripensata, modernizzata, umanizzata. Magari prendendo esempio da chi, attraverso i servizi online, costruisce percorsi trasformativi molto più efficaci di una cella.